Il cinema di Sorrentino, celebrazione dell’interiorità a Cannes



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I film di Sorrentino rivelano l’intenzione di mettere in scena personaggi dirompenti, irregolari muovendosi nella direzione intima dell’introspezione

Ho perso i migliori anni della mia vita… le emozioni sono tutto quello che abbiamo” parola di Fred (Michael Caine), protagonista dell’ultima pellicola di  Paolo Sorrentino Youth – La Giovinezza“. Il film concorre al Festival di Cannes insieme ad altre due pellicole italiane: Mia madre di Nanni Moretti e Il racconto dei racconti di Matteo Garrone.  La giovinezza racconta le vicende di due vecchi amici, Fred e Mick, entrambi vicini agli ’80 anni, che si ritrovano in vacanza in un albergo sulle Alpi. Fred è un compositore e direttore d’orchestra, al quale viene proposto di tornare sulle scene. Mick è un regista che sta finendo di scrivere quello che pensa sarà il suo ultimo film. Viene nuovamente riproposto, in una veste inedita, il tema dello scorrere del tempo nella sua totale drammaticità. La scelta dell’ambientazione non è casuale: l’albergo è la metafora più azzeccata della vita intesa come non-luogo (nunc stans) di vana attesa, di stasi, di passaggio.

Il riferimento a questo tipo di ambientazione ci consente di compiere un passo indietro, senza seguire necessariamente un filo cronologico che ha poco a che fare con quello sincronico che agisce all’interno del cinema di Sorrentino, giungendo al suo secondo film Le conseguenze dell’amore (2004).

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Le conseguenze dell’amore, secondo film di Sorrentino

Il protagonista è Titta De Girolamo, interpretato da un disilluso Toni Servillo, un uomo d’affari dal passato grigio e dal presente misterioso e monotono; colletto bianco della criminalità organizzata, costretto a vivere in un albergo in Svizzera, in attesa perenne dell’arrivo periodico di una valigetta colma di denaro sporco che egli dovrà poi riciclare legalmente in una banca elvetica.

L’auto-reclusione e l’autocontrollo obbediscono all’istinto di autoconservazione. Il protagonista, infatti, cerca in modo spasmodico di sfuggire al bisogno di esternare i propri sentimenti e la propria umanità. L’insorgenza improvvisa dell’amore rappresenta per il regista napoletano soltanto un pretesto, consente di rompere un fragile equilibrio duramente conquistato.

Il protagonista del terzo film di Sorrentino, L’amico di famiglia (2006), è  Geremia de’ Geremei, un anziano usuraio, viscido, amorale, ma al contempo terribilmente solo. L’esatta immagine di un personaggio impresentabile. La storia svela la miseria di uomo che sarà vittima del suo monito, ovvero di “non confondere mai l’insolito con l’impossibile”.  Nel caso di Geremia “l’amore” non è altro che la prefigurazione della sua rovina. Sebbene sia vittima di una frode l’anti-eroe protagonista mostra la sua “resistenza”, la capacità di rimettersi in gioco; egli diviene, paradossalmente, l’eroe di un mondo senza ideali, senza remore in cui prevale l’istinto alla sopravvivenza e alla sopraffazione.

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Il divo, film che consacra il regista sulla scena internazionale

Di sicuro il film che sancisce il successo internazionale di Sorrentino è Il divo (2008) che più che un semplice biopic, basato sul racconto della vita di Giulio Andreotti, è un film emblematico poiché specchio di una prospettiva non dissimile rispetto alle vicende dei protagonisti dei precedenti film.

Il regista partenopeo sceglie di rappresentare il momento più critico della carriera andreottiana: dalla fine dell’ultimo dei suoi sette governi, alla mancata elezione a Presidente della Repubblica e all’inizio del processo di Palermo durante il quale fu rinviato a giudizio per associazione mafiosa.

“Perpetuare il male per garantire il bene”; queste le parole pronunciate dall’Andreotti del Divo; un film che costringe il suo autore a venire allo scoperto e ad affrontare la storia italiana contemporanea. Il protagonista del film condivide con l’antieroe/eroe de L’amico di famiglia e con il servitore della mafia di Le conseguenze dell’amore l’auto-isolamento, la consapevolezza della propria condizione, i tratti fisici esasperatamente marcati e l’attenta inamovibilità.

La grande bellezza, film del 2013, si aggiudica il Premio Oscar come miglior film straniero e numerosi premi internazionali. Più che un film felliniano azzarderei che si tratta di un film “sorrentiniano” senza incorrere nel rischio di sottolineare quanto ha già fatto parte delle critica bollando il regista come un autore autoreferenziale.

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La grande bellezza, Premio Oscar 2014

Il protagonista è Jep Gambardella il re e, al contempo, la vittima del vortice della mondanità. Il senso di frustrazione ed insoddisfazione che affligge Jep  si articola su un duplice livello: artistico e spirituale.

Il primo, quello di sicuro più immediato, evidenzia un blocco del protagonista il quale, dopo la pubblicazione del suo romanzo giovanile, è convinto di non essere in grado di creare nulla di più maestoso e  perfetto di ciò che già esiste. La crisi spirituale, che non si placa neanche con la fede, è legata al fatto che l’infelicità è qualcosa di immateriale che non si può toccare o vedere, ma soltanto sentire; appare difficile, dunque, poterla lenire. Non c’è bellezza in questo film. Non ci sono attrici super fighe, la più bella è Sabrina Ferilli (Ramona) che muore di una malattia che non può curare.

Non c’è bellezza in quelle feste, in quei personaggi patetici e stanchi, in quella via Veneto deserta. Il vero film sul potere girato da Sorrentino non è il divo, ma la grande bellezza. Un film sul potere del divino e dell’originario, di quella bellezza che non si può palpare, ma che non sfugge all’occhio di uno spettatore attento.

“…gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza e poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile..”.

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