The Lobster – Analisi e Curiosità



lobster

Essere single, in un futuro non così prossimo, vi porrà dinanzi ad una scelta: cercare un partner o diventare un animale? Avrete solo 45 giorni di tempo prima di iniziare la vostra nuova vita, magari, da aragosta

NARRAZIONE

[dropcap]T[/dropcap]he Lobster avanza ritmicamente con poca lena, si affaccia nel mondo della distopia cinematografica in un modo non ancora conosciuto: utopia negativa non didattica, oserei definirla. Indubbiamente non è semplice mantenere viva l’attenzione per i 118 minuti della pellicola e soprattutto comprendere le sfumature socio-psicologiche di un masterpiece del genere, semplicemente perché si discosta troppo dai blockbusters d’epoca ventunesimo secolo. La narrazione è lenta e asfittica finché non ci si rende realmente conto della magia critica che si sta guardando: ci troviamo al polo opposto dei mondi distopici di George Orwelli quali rappresentavano e, in un certo qual senso, prevedevano mondi futuri di completa atrofia umana e sociale ponendosi così come docenti intenti a regalare un avvertimento ai propri discenti, o meglio, uno schiaffo d’incitamento di regime didattico. Dall’altra parte, The Lobster, si rintana nel suo angolo di nicchia e impartisce una piccolissima lezione, per poi ribaltarla clamorosamente, a chi ha saputo guardare oltre: non c’è nulla che valga più della libertà: di scegliere, di agire, di amare, di star da soli. Neanche l’amore stesso è più forte della libertà. Ma la chiave di Volta della pellicola si snoda nella sua semplicità, poichè si giunge facilmente all’amara conclusione che non c’è bisogno di rappresentare mondi allegorici contornati da maiali che prendono il potere di una fattoria o di occhi segugi 24 ore su 24 per comprendere che la  libertà non potrà mai essere raggiunta. Il vero atto utopico, dunque, è pensare di essere liberi.

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FOTOGRAFIA[dropcap]U[/dropcap]na magnifica Irlanda viene valorizzata come meglio non si poteva dal greco Thimios Bakatakis, The Lobster è ambientato perlopiù nelle foreste della contea di Kerry e il sodalizio con il regista, sceneggiatore e produttore, anch’egli di origine greca, Yorgos Lanthimos, è davvero emozionante. Catturati momenti realmente emozionanti e paesaggi mozzafiato, fortemente funzionali alla velocità di processo del film.

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Regia[dropcap]U[/dropcap]na resa registica che fa il paio con la resa fotografica, elegante l’uso delle inquadrature in soggettiva e da standing ovation il magistrale uso della tecnica del ralenty, stile Kubrick. Ottimizzate anche le relazioni tra i personaggi grazie alla maestria del quarantenne cineasta e grazie alle azzeccatissime posizioni per inquadratura.

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Colonna-Sonora

[dropcap]N[/dropcap]on si potrebbe di certo considerare ottimale la colonna sonora di questo film, poco incisiva e a tratti anche irritante. Scenografia, regia, sceneggiatura e parte attoriale sono di certo due spanne più su. Deludente.

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Curiosità

[dropcap]G[/dropcap]irato, per ironia della sorte, in poco più di 45 giorni, tempo record per la qualità espressiva ed emozionale della pellicola, in particolare per il messaggio straziante e decisamente veritiero che il film porta con sé. Vincitore al Festival di Cannes del premio della Giuria e vincitore agli EFA per la miglior sceneggiatura a Yorgos Lanthimos. Nessun premio invece per i discreti Colin Farrell e Rachel Weisz che riescono a mantenere viva la curiosità nello spettatore, sebbene il vero main character della pellicola sia colui che la osserva, libero di dare qualsiasi personalissima interpretazione, libero di interrompere la visione del film, libero di fare e/o dire qualsiasi cosa, ma in fondo, mai libero per davvero.

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