Il carro del principe Sabino arriva in Italia
Il carro del principe Sabino arriva in Italia

Dopo poco più di quarant’anni, viene restituito all’Italia il carro del principe Sabino, e non solo

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Era stato acquistato nel 1971 dal Ny Calsberg Glyptotek di Copenhagen, ma adesso l’Italia se lo riprende: si tratta di un prezioso corredo funebre del principe Sabino risalente al VI secolo a.C. (con tanto di calesse), ritrovato nella necropoli di Eretum, una città sabina dell’antico Lazio.

Il carro del principe Sabino arriva in Italia
Il carro del principe Sabino arriva in Italia

Il ministro della cultura Dario Franceschini si dichiara molto soddisfatto degli accordi presi con il museo danese per il ritorno della preziosissima opera in suolo italiano. L’opera è stata realizzata, presumibilmente, da ciprioti o fenici e consta di 12 lamine dorate, raffiguranti non solo il principe con armi, cinture, bronzi e ceramiche, ma anche animali, fantastici e non.

Per anni, il museo danese ha rifiutato di restituire il ricco bottino, ma finalmente, si è riusciti a raggiungere un accordo, grazie alla disponibilità a collaborare da parte del nuovo direttore del museo; in Italia, il reperto sarà conservato con altri reperti storicamente affini, nel museo di Fara Sabina.

Ma non sarà l’unica restituzione: secondo gli accordi presi, a partire da dicembre di quest’anno, rientreranno in Italia anche un’altra serie di capolavori, tra cui delle lastre e delle decorazioni, strappate a degli edifici di Cerveteri che hanno una grandissima importanza architettonica.

Per la restituzione è prevista una mostra a livello nazionale, prima che i tesori vengano restituiti ciascuno al luogo al quale sono stati sottratti.

Da parte sua, l’Italia si impegna a prestare, anche per lunghi periodi, opere di altrettanto valore al territorio danese, che avrà la possibilità di esporle e – se necessario – procedere alle restaurazioni del caso. Il primo prestito partirà dall’Italia il 1 novembre 2018: si tratta di alcuni reperti della “Tomba delle mani d’argento”, collocati nel museo di Vulci.

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