Trump

Dopo Twitter, anche Mark Zuckerberg decide di procedere contro Trump. Bloccati i profili Instagram e Facebook per almeno 2 settimane. L’attacco a Capitol Hill segna una linea invalicabile, anche sui social media

L’inno all’odio di Capitol Hill non può passare inosservato, una regola che sembra valere anche per i social media. Dopo Twitter, con il divieto di ripostare il video incriminante del presidente Trump, anche Zuckerberg si unisce al coro degli indignati. Il miliardario americano ha così deciso di tracciare una linea di confine, dopo le accuse di aver concesso forse troppo al tycoon in diverse occasioni, rispetto al concorrente Twitter.

Potrebbe interessarti:

Zuckerberg si schiera

Gli eventi terribili delle ultime 24 ore hanno chiaramente mostrato la mancata volontà del presidente Donald Trump di permettere una transizione pacifica e tranquilla. La decisione del presidente di utilizzare questa piattaforma per supportare e non condannare le azioni dei suoi sostenitori a Capitol Hill ha altamente disturbato la popolazione americana e globale. Abbiamo così deciso di rimuoverne i post di ieri poiché consideriamo non solo gli effetti, ma anche la volontà, di incitare alla violenza‘ ha commentato Zuckerberg in un Tweet.

Il blocco dei profili Instagram e Facebook del presidente Donald Trump potrebbe durare a lungo, ciò che è certo, assicura Zuckerberg è che: ‘sicuramente durerà almeno per le prossime due settimane, fino a che non si concretizzerà un pacifico passaggio del potere‘.

L’inno all’odio di Capitol Hill

Dopo la presa di posizione dei magnati delle più importanti piattaforme digitali, in molti continuano a chiedersi se e quando al tycoon americano verrà chiesto di pagare il prezzo delle proprie azioni. A 13 giorni dall’insediamento ufficiale alla Casa Bianca del presidente eletto Joe Biden, le istituzioni americane pensano all’impeachment, facendo appello al 25esimo emendamento. Le probabilità però, rimangono alquanto basse, viste le tempistiche della transizione, in netta collisione con i tempi di una procedura così seria e difficile nell’applicazione.

I segni premonitori

Se gli eventi di Capitol Hill segnano una delle pagine più buie della storia contemporanea, non solo americana, ma della democrazia globale, non si può negare la responsabilità di aver ignorato troppo a lungo i segni premonitori. Soltanto pochi mesi prima, in occasione delle rivolte dei Black Lives Matter, dopo l’uccisione dell’afroamericano George Floyd, il presidente Trump aveva così twittato senza alcuna paura: ‘Quando scoppiano le rivolte, scoppiano gli spari‘. Le dichiarazioni del presidente non erano però passate inosservate, guadagnandosi divieti su divieti da parte di Twitter per istigazione alla violenza.

Tutto parte dai social media

Tutto parte e termina sui social media. Secondo le fonti americane, infatti, le proteste di Capitol Hill sarebbero partite mesi prima nell’organizzazione, proprio su Facebook. Alcuni esponenti di estrema destra, tra cui i Proud Boys avrebbero così organizzato una protesta ben studiata, con un requisito non di poco conto: arrivare armati. Il motivo per cui poco o nulla si sapesse sulla protesta organizzata a Capitol Hill rimane un mistero, ma che il presidente Trump fosse all’oscuro di tutto sembra poco realistico.

Letture Consigliate