Wild: in viaggio con se stessi



In Wild, Cheryl Strayed, traviata dagli eventi della sua esistenza, decide di intraprende un lungo viaggio a piedi nel Pacific Crest Trail, per ritrovare se stessa nel ricordo della madre

Wild diretto da Jean-Marc Vallée, già regista del pluripremiato e bellissimo Dallas Buyers Club (2013), porta sugli schermi una storia vera: la sceneggiatura si basa sull’omonimo romanzo tratto dalle memorie di Cheryl Strayed. Lungo il cammino, inscritto nella forma diaristica, Cheryl rivive i ricordi di una vita passata, corrotta da molti errori e molte sofferenze: immersa nella natura rincorre un senso di riconquista di sé, di controllo sulla propria vita.

Qui Reese Witherspoon (Cheryl Strayed), nominata agli Oscar come attrice protagonista per questo film, recita meglio del solito – non considerando Walk The Line, dove l’interpretazione di June Carter è stata una grande performance. In Wild le riesce decisamente meno la parte “maledetta”, ruolo che non le è congenito, ma quasi intraprendesse anche lei un cammino, tende, nel corso del film, a migliorarsi nella recitazione.

L’emancipazione di Cheryl, alla ricerca della donna che la madre le aveva augurato di diventare, la conduce ad un viaggio per ricordare e sconfiggere i propri demoni: l’eroina, un amore sbagliato, l’aborto e la morte della madre. A contatto con la natura e i suoi silenzi, la protagonista si prende del tempo per esaminare a ritroso la propria vita, rivalutando le proprie scelte senza rinnegarsi: perché ogni errore ha contribuito a formare la Cheryl Strayed del presente, che ha perdonato quella del passato.

Scena Wild
Scena tratta dal film Wild

In questo intricato sentiero di autoanalisi, i dialoghi suonano spesso come uno sbiadito cliché, ma l’atmosfera on the road e l’intento annunciato di una nuova vita da esaudire, risultano davvero suggestivi nell’incantevole fotografia del percorso dal deserto del Mojave fino allo Stato di Washington, attraversando la California e l’Oregon. La cadenza naturalistica del viaggio, tra inaspettati incontri selvaggi, l’incalzare fisico e un urlo liberatorio, si fa poi esteticamente intensa sulle note delle melanconiche ballate di Simon and Garfunkel.

Wild ricorda, per struttura e fin dal titolo, l’inarrivabile Into the Wild, ma nel suo punto di vista femminile, incarnato dalla Witherspoon, non va oltre una versione glamourizzata del film diretto da Sean Penn. Infatti la taciturna regia di Jean-Marc Vallée, perdendosi nei paesaggi, un po’ debilita il crescente pathos della storia, facendo avvertire solo saltuariamente il disagio, quel disagio che – al cinema, anche tra decine di sconosciuti – induce ad una riflessione su se stessi. E se Into the Wild inneggiava alla scritta che Christopher Johnson McCandless/ Alexander Supertramp aveva lasciato all’interno del Magic Bus prima di morire (“La felicità è reale solo se condivisa“), in Wild risulta preminente l’esigenza di ricercare “la strada della bellezza”. Ma la sfida di Wild continua in modo tangibile anche oltre il film?

Nonostante le critiche, fosse anche perché è un film sulla rivincita e la riconquista di sé, oltre gli avvenimenti e le persone che ci hanno segnato, Wild va visto, qualsiasi cosa vi susciti, qualunque cosa sia in grado di tirarvi fuori. “E se il coraggio, ti è negato, va oltre il coraggio” scrive  Cheryl Strayed sul suo diario, citando Emily Dickinson. Così rincorriamo un’ingannevole illusione: il desiderio molto umano di espiazione, nella speranza di avere ancora una scelta.

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Classe 1986, specializzata con lode in Storia dell'Arte Contemporanea [cattedra di Carla Subrizi, La Sapienza] con la tesi “Trouble Every Day: Tous Cannibales, la voracità da tabù ad arte, dall’arte alla società”. Da sempre interessata all’arte come alla scrittura, e alla comunicazione in genere, scrive di cultura, politica e attualità. Storica dell’Arte, esperta SEO e freelancer per vocazione, attualmente collabora anche con Artribune e Tiragraffi Magazine. Da marzo 2013 cura un personale blog sull’arte: ArtFriche Zone. “Soltanto quando il senso di associazione nella società non è più abbastanza forte da dare vita a concrete realtà, la stampa è in grado di creare quell’astrazione, il pubblico” (Dwight MacDonald).