ZONa Cinema: Woody Allen, quando l’ironia salva la vita

Woody Allen

Zon.it prosegue il suo viaggio nel mondo cinematografico. Per questo appuntamento, sceglie Woody Allen, il regista dalle due anime: una ironica, l’altra sottilmente tragica

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Woody Allen è noto in tutto il mondo come uno dei più grandi registi contemporanei. Famoso per la sua ironia e la sua capacità narrativa, è considerato il re della commedia. Con un umorismo raffinato, ma tagliente, trasferisce spesso sullo schermo la propria angoscia interiore e l’inadeguatezza di fronte alla frenesia dell’esistenza.

Nei suoi film coesistono, così, due anime: un’anima comica, rivolta alla leggerezza, e un’anima tragica, rivolta ai temi della morte, del desiderio, della caducità di tutte le cose.

Chi è Woody Allen?

Woody Allen, nome d’arte di Allan Stewart Konigsberg, nasce il il 1º dicembre 1935 in un quartiere del Brooklyn (New York). Proviene da una famiglia ebrea di origine russo-austriaco-tedesca, di modesta condizione sociale. Nel primo anno di scuola viene inserito in una classe avanzata, grazie al suo elevato quoziente intellettivo. Matura, però, un odio per l’ambiente scolastico. Soprannominato dai compagni “Red”, per il colore della sua capigliatura, ha un talento nei trucchi di magia, passione che ricorrerà nelle sue opere.

Nel 1954, diviene autore di punta della rete televisiva nazionale ABC. Qualche anno più tardi, ha inizio il suo rapporto con la psicanalisi: la terapia diventa un appuntamento fisso. Quest’ultima sarà anche un elemento dominante del suo personaggio: Allen sviluppa un’immagine nevrotica, cerebrale, timida, che ritroviamo spesso nelle pellicole. Niente a che vedere, insomma, con lo stereotipato eroe hollywoodiano privo di dubbi e di timori.

Negli anni sessanta, esordisce come brillante stand-up comedian nei nightclub neworkesi. Nel 1965 firma la sua prima sceneggiatura cinematografica: Ciao Pussycat, diretto da Clive Donner. Un anno dopo, realizza il suo primo lungometraggio, Che fai, rubi?, nel quale compare anche come attore.

I maggiori successi di Allen, critici e commerciali, arrivano a partire dal 1977. In quell’anno esce nelle sale di Io e Annie. Il masterpiece del regista vince quattro premi agli Oscar 1978 (“miglior film”, “miglior regia”, “miglior sceneggiatura originale” e “miglior attrice protagonista” alla Keaton) e un Golden Globe (“miglior attrice protagonista”, sempre alla Keaton). Di lì a poco, Allen consacrerà la propria fama internazionale.

New York: il grande amore di Allen

Quando si pensa a New York, non si può non associare la City a Woody Allen. In effetti, Woody Allen è New York. Come la Grande Mela, il regista è frenetico, poliedrico, a colori e in bianco e nero, divertente, nervoso, postmoderno. La New York di Allen è quella degli intellettuali e delle classi medio-alte, non quella dei quartieri “bassi”:”Tutti pensano che “i ricchi” non abbiano problemi, quando, invece, dimostro nei miei film come anche le persone abbienti siano in difficoltà con le questioni sentimentali o psicologiche”.

La città americana fa da sfondo a tante sue pellicole. È un luogo soffuso, un melting pot di persone differenti. “Manhattan” ne costituisce l’esempio più evidente: è una dichiarazione d’amore alla Big Apple (unica “donna” costante nella vita di Woody).

Tutto quanto viene citato nei film di Allen (locali, negozi o paesaggi), diventa oggetto di culto dei fan. Ogni cosa acquista una risonanza magica: i tavolini dell’Hungarian Pastry Shop, il Jacqueline Kennedy Onassis Reservoir nel cuore verde di Central Park, il Queensboro Bridge, sulla 59th Street. I suoi film diventano una guida per immergersi nelle atmosfere rarefatte e jazz delle strade di questa città affascinante.

Estetica, realtà e insensatezza dell’esistenza

L’estetica è per Allen la controparte oggettiva dell’amore. Ha l’obiettivo di cristallizzare una vita che altrimenti sfumerebbe nella precarietà, di ancorare tutte le cose ad un senso.

In particolare, il sentimento amoroso è per Woody complesso e bivalente. È sia un elisir per guarire la tristezza, garantendoci l’illusione che ci sia qualcuno pronto ad accogliere la nostra natura imperfetta, sia qualcosa di irraggiungibile. L’eros è considerato carnale, contaminato dal desiderio: “Il sesso è la cosa più divertente che ho fatto senza ridere“.

Spesso è connotato da un velo di cinismo, pronto però a stemperarsi: se Allen dice di non credere nell’amore sappiamo che è vero, ma anche che cambierà idea non appena, all’angolo della strada, metterà i suoi occhi in quelli di una bella donna.

Ad ogni modo, la felicità per Woody è destinata a svanire perché è la dura realtà ad imporsi: “Amare è soffrire e, se non si vuol soffrire, non si deve amare”. “Però allora si soffre di non amare. Pertanto amare è soffrire, non amare è soffrire, e soffrire è soffrire. Essere felice è amare: allora essere felice è soffrire. Ma soffrire ci rende infelici. Pertanto per essere infelici si deve amare, o amare e soffrire, o soffrire per troppa felicità”.

Benché filtrato dall’ironia, Woody Allen manifesta un generale pessimismo di fondo.
Tale inclinazione è dettata dalla consapevolezza dell’assenza di Dio e di qualsiasi binario che possa instradare l’esistenza. Solo l’amore e il suo surrogato, l’arte, sono salvifici in un mondo che, altrimenti, naufragherebbe nell’insensatezza.

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