Giuseppe Ungaretti: le stagioni di una vita



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Ad ogni stagione della vita un messaggio e un poetica diversa. Giuseppe Ungaretti  e la questione del succedersi del tempo

Primavera

A primavera come un fiore nasce la poesia di Ungaretti.

Lo scenario non è quello felice di un giardino immacolato ma l’arida terra in trincea. Siamo nel periodo della prima guerra mondiale, qui il giovane poeta scrive su pizzini di carta le poesie che poi saranno pubblicate nella sua prima opera poetica: Il Porto Sepolto.

Il poeta è colui che immergendosi nelle profondità delle acque del porto riporta alla luce una verità prima nascosta. La parola non può esprimere a pieno l’interiorità  così risulta frammentata. Lampi di parole saranno come flash in poesie brevi e prive di punteggiature.

In Italia Giuseppe Ungaretti dichiarerà: ” sono un poeta”.

Nasce così un nuovo artista.

Le poesie de Il Porto Sepolto confluiranno successivamente nella raccolta  Allegria del 1931, chiamata in precedenza Allegria di Naufragi e, nella lirica che dà il titolo all’opera,  vogliamo estrapolare uno dei tanti messaggi che Ungaretti ci lancia:

E subito riprende
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare.

Dopo ogni insuccesso c’è sempre un traguardo, un porto, che non è la meta ma sempre un punto d’inizio. La meta è partire, avere la forza di ricominciare dopo ogni naufragio.

Estate

A trent’anni la vita è come un vento che si calma. Nasce in Ungaretti l’esigenza di una maturità e una compostezza che vede nella tradizione la sua realizzazione pratica. La spinta innovativa è integrata con la memoria. Strutture classiche, come l’endecasillabo, compaiono senza però prendere il posto della modernità. Quello di Ungaretti è un “classicismo moderno” che è ottenibile attraverso la giusta dose di innocenza (creatività poetica) e memoria (tradizione italiana).

Sentimento del Tempo è l’opera che esprime tutto ciò.

Il titolo rimanda ai diversi modi di intendere il tempo e il barocco è il linguaggio per esprimere la situazione in cui il mondo è condannato:

in un’epoca martoriata dalle guerre, la fragilità della condizione umana è sentita molto. Nella storia questa sensazione di vuoto era già avvenuta nel 600. Le tesi della Bibbia erano state confutate e il Barocco con la sua arte cercò di riempire questo vuoto. Ecco perché, secondo Ungaretti, il linguaggio del Barocco può rappresentare a meglio la società contemporanea.

Ma  l’unico modo per riempire questo vuoto e accettare Dio. E’ inutile cercare l’immortalità dell’ anima con l’arte, la vita e fugace e solo la morte può scioglierci da questa “felice colpa”.

Autunno

Può sembrare banale riempire il vuoto creatosi con Dio ma Ungaretti in questo periodo fu  distrutto dalla morte dei suoi cari e dalla consapevolezza degli ultimi sprazzi di gioventù prima della vecchiaia incombente.

Tutto questo è l’Autunno ungarettiano che si esprime nelle raccolte: Il Dolore e La Terra Promessa.

Il Dolore esprime la sofferenza per le perdite private (il fratello Costantino, il figlio Antonietto) e le perdite collettive (siamo nel periodo nazifascista).

C’è in Ungaretti ancora più chiusura e un linguaggio sempre più arcaico. La Terra Promessa ha come obiettivo un viaggio nel passato per ricercare il “Paradiso Terrestre”. Con il distacco da Dio l’uomo si è macchiato con il peccato della storia e al poeta sta ricercare quell’ingenuità primordiale.

Ma La Terra Promessa rimarrà incompiuta. Segue così l’Inverno ungarettiano ovvero l’impossibilità di realizzare i suoi propositi.

Inverno

Nasce in Ungaretti la consapevolezza che la sua vita sta per finire e non esiste soluzione.

In Gridasti: soffocoUngaretti rievoca la morte del figlio:

Le tue mani di pargolo

Che afferrano le mie senza conoscerle,

Le tue mani che si fanno sensibili,

Sempre più consapevoli

Abbandonatosi nelle mie mani;

Le tue mani diventano secche

Antonietto cerca la salvezza nelle mani del padre. Ungaretti sa di non poter fare nulla e inerme vede morire suo figlio. Nasce un sentimento pessimistico di stampo leopardiano, la natura è sorda e l’uomo non può scansare la sua sorte:

( Cielo sordo, che scende senza un soffio,

Sordo che udrò continuamente opprimere

Mani tese a scansarlo…)

L’impietrito e il velluto è l’ultima poesia. Il poeta immagina di essere solo, prossimo all’ingresso nell’oltretomba ma nonostante tutto resta ancora un’ancora di salvezza:

il velluto dello sguardo di Dunja

Fulmineo torna presente pietà.

Lo sguardo di Dunja è quest’ancora. Il conforto è nelle persone che ci sono vicino.

In chiusura, riassumere la poetica di Ungaretti è impossibile, esistono diverse contraddizioni e incomprensioni che lo rendono uno dei poeti più enigmatici della storia.

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