Referendum costituzionale

Il Referendum Costituzionale riaccende la diatriba interna al Pd. La minoranza dem chiede la modifica dell’Italicum per appoggiare il sì; la maggioranza al momento desiste ma pensa ad una eventuale strategia

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Nel celebre film “Amici miei” di Mario Monicelli, datato 1975, il Conte Mascetti (Ugo Tognazzi) viene ricordato, in particolar modo, per la sua “supercazzola”, una sorta di “scioglilingua” fatto di parole casuali che il personaggio utilizzava ogniqualvolta si trovava in difficoltà per “stemperare” la tensione creatasi e per divertire, e divertirsi, gli amici di sempre.

Questo “neologismo nonsense”, che si è guadagnato l’accesso nello Zingarelli, viene tuttora utilizzato, spesso in maniera meno plateale del “Mascetti”, quando si cerca in tutti i modi di “sviare” una situazione difficile, dribblando, attraverso lo stratagemma, l’ostacolo presentatosi.

Referendum costituzionale
Referendum costituzionale

La nuova, e alquanto prevista, “supercazzola” è arrivata nella giornata di oggi con la pronuncia della Corte di Cassazione sulle 500 mila firme per il sì, che obbligano il governo a stabilire una giornata per il tanto atteso referendum costituzionale.

Il nuovo scenario, che investe ancora una volta le diverse anime del Pd, più che sulla data si fonda su uno strano intreccio che coinvolge rispettivamente il referendum costituzionale, la legge elettorale e la gestione interna del partito di maggioranza relativa.

Una “supercazzola” appunto.

Andando per ordine, la giornata di oggi è stata caratterizzata da un apparente scontro tra renziani e minoranza dem dove questi ultimi hanno imposto l’ultimatum sul referendum rappresentato dalla modifica dell’Italicum.

In pratica, Speranza&co hanno, a gran voce, richiesto una modifica della legge elettorale, offrendo in cambio l’appoggio incondizionato del sì al referendum costituzionale.

L’ennesima “guerra fratricida” in salsa Pd, però, va analizzata considerando i due schieramenti presenti.

Per quanto riguarda la minoranza dem, si può dire che quest’ultima mossa mette in mostra tutte le contraddizioni in termini di questa area.

Nel giro di pochi mesi, infatti, la “sinistra democrats” ha attraversato dapprima la fase della finta opposizione, in cui pur contestando le “riforme” ha sempre risposto presente alla fiducia richiesta dal governo, poi quella aggressiva del pentimento, in cui si faceva “mea culpa” per ciò che era stato votato ma non rispecchiava la “morale” dell’area (““In questi mesi”, ha detto, “abbiamo spesso votato cose che non ci convincevano, ad esempio per togliere la tassa sulla casa in maniera indistinta, anche ai miliardari. Chiediamo un cambio profondo e diciamo basta.”) per finire con quella “riflessivo-strategica” in cui, in barba a ciò che si era detto prima, si cerca una nuova unità per tornare a contare qualcosa tanto nel partito quanto nello spettro politico italiano.

Facendo riferimento alla maggioranza, invece, si evince una strana, quanto prevedibile, strategia di attesa.

Rilevando gli scarsi numeri (almeno in base ai sondaggi) del sì, le debacle nella maggioranza di governo e con una data da stabilire entro 60 giorni, i renziani sembrano portare avanti una linea attendista che prima faccia riavvicinare l’opposizione interna ai vertici per po “mediare”, con tanto di promessa anticipata, sulla legge elettorale (riaprendo anche il “cantiere” con Area Popolare e verdiniani).

Ancora una volta le governabilità di un Paese viene decisa nelle famose stanze dei bottoni attraverso facili “strategie” e “contromosse” dettate da logiche esterne alla realtà, mentre la volontà della popolazione viene totalmente ignorata o, in alcuni casi denigrata,…come se fosse “antani”.

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