La sinistra è morta, viva la sinistra



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La sinistra ed il destino di tutto ciò che ruota attorno. Il futuro di un’intera area fra il congresso PD e gli inviti per una nuova unione

Il dibattito politico estivo italiano è riuscito a far emergere una serie di peculiarità del nostro sistema partitico che ancora una volta rendono unico il caso tricolore.

Al testa a testa elettorale (futuro) tra i firmatari del contratto di Governo (almeno stando agli ultimi sondaggi in cui la Lega rischia seriamente di compiere lo storico sorpasso a scapito dei pentastellati) e all’incertezza nel centrodestra, dettata dalla ritirata strategica di Berlusconi ed alla leadership ormai stabilmente in mani salviniane, si assiste ad un ulteriore scenario che non solo potrebbe mettere in discussione l’intera area sinistra dello stivale ma condurre verso ulteriori battaglie tutte dall’incerto esito.

Dopo le esternazioni del candidato alla segreteria Zingaretti alla Festa del Fatto e le scontate risposte (ormai solo ed esclusivamente tramite social) dell’area renziana, si inizia a delineare una nuova stagione calda tanto per il PD quanto per la sinistra nel suo complesso.

La possibilità di cambiare nome (lanciata inizialmente da Calenda, non proprio il primo esponente della sinistra italiana) associata ai richiami boldriniani – civatiani, con logica opposizione renziana, obbliga ad una seria riflessione in cui, inevitabilmente, si potrebbe giungere ad un’unica conclusione.

La diatriba interna al PD, in primo luogo, fa registrare in particolar modo due dati: la prolungata agonia del partito, ormai sempre più in caduta libera, e il rafforzamento di quella cortina tra democratici e realtà caratterizzato da una maggiore disaffezione verso i fatti della politica.

A rafforzare questi elementi è tanto lo scontro fra aree, antico come il mondo nel partito (ora) di Martina, in cui si tende a mostrare sempre più come la politica sia una battaglia fra pochi eletti e allo stesso tempo quanto la derisa e calpestata realtà italica non sia per nulla al centro del dibattito politico del centrosinistra.

A questi elementi si accompagna un discorso più ampio sulla forma che il nuovo centrosinistra assumerà e il dibattito questa volta richiede un’analisi maggiormente accurata sulle posizioni di ogni singola componente.

Partendo sempre dal PD, fino a giungere alla parte a sinistra dei dem, si segnano ben tre posizioni che, in sostanza, si ricollegano alle tre aree interne attualmente identificabili.

Quella che raccoglie l’attuale reggenza è, senza dubbio, la più marginale e con in mano la maggiore responsabilità sulle sorti del partito.

Alla necessità di tenere unite le parti, infatti, potrebbero fare da controcanto le mini-correnti presenti che, ognuno a proprio modo, propenderebbero per una delle tante soluzioni ideate tanto da generare un’inadeguatezza del gruppo dirigente.

Questa situazione, creata senza dubbio ad arte dalle (non) scelte renziane dopo il 4 Marzo, si ricollega naturalmente alle altre due fazioni, rappresentanti la reale croce e delizia per il futuro del centro-sinistra e della sinistra più in generale.

I renziani, con la loro strategia, hanno esplicitato che pur partecipando al congresso (non con Renzi come candidato ma, chiaramente, con un competitor (mal digerito anche dai suoi) quasi sicuramente perdente contro uno Zingaretti sempre più in crescita) faranno di tutti per creare un nuovo soggetto alla Macron (o almeno il suo corrispettivo italiano), autonomo e posto esattamente a metà (per non dire al centro) dello spettro partitico tricolore.

Di contro si ritrova la cordata guidata da Zingaretti che da un lato sta cercando di rafforzare il comparto interno per la formazione di una futura classe dirigente quanto più ampia possibile (rilanciando, tra le altre cose, anche il cambio nome proposto (con i relativi distinguo) in tempi non sospetti da Calenda) e dall’altro scambia parole dolci con Boldrini e Civati per ridisegnare totalmente il vuoto a sinistra.

Anche in questo caso le strategie oltre ad essere pienamente visibili, in maniera non dissimile al ragionamento fatto per l’area renziana, impongono un ulteriore valutazione delle mosse poste in atto dai tre soggetti in questione.

Con l’accertato flop delle sigle presentate alle politiche, non perdendo di vista l’esplosione salviniana, il trio ha preso atto della necessità di scuotere pesantemente l’intero comparto che fu dell’Ulivo.

Pur concependo la bontà dell’approccio, più che mai necessario data la situazione creata e per troppo tempo sotto gli occhi di tutti, non si comprendono alcuni passi che rischiano seriamente di generare gli errori di sempre.

La sbandierata (praticamente) ennesima fusione a freddo tra le parti (che aggira ancora buona parte di ciò che potrebbe divenire il prossimo elettorato del soggetto), la riproposizione di una medesima classe dirigente e l’impossibile convergenza fra parti decisamente troppo lontane fra loro (vedi Calenda e tutti coloro dell’area sinistra per intenderci) fanno pensare ad un consueto tentativo maldestro portato avanti sulle ceneri di un progetto già sperimentato e già fallimentare.

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