8 Novembre 2017 - 10:04

Logan-The Wolverine. La recensione di ZON.it

logan-the wolverine

Logan-The Wolverine, diretto da James Mangold, è un’opera violenta e struggente, un cinecomic anomalo che segna il passaggio da una generazione all’altra

Wolverine trova, infine, la sua dimensione ideale grazie al regista statunitense James Mangold (Wolverine-L’immortale) che con l’ottimo Logan-The Wolverine riesce ad immergere pienamente, per la prima volta, il supereroe di casa Marvel nell’habitat a lui più congeniale fatto di violenza e, oramai, di decadenza fisica e interiore.

La trama

Anno 2029. Qualcosa di terribile è accaduto ai mutanti, giunti sull’orlo dell’estinzione. Logan (Hugh Jackman), invecchiato, claudicante e visibilmente malato, lavora come autista e vive in una fonderia abbandonata insieme al mutante Calibano (Stephen Merchant) e al novantenne Charles Xavier (Patrick Stewart). La Essex Corp. ha deciso di sopprimere il programma chiamato “Transigen” che aveva lo scopo di creare mutanti in laboratorio servendosi di bambini da usare come armi al proprio servizio. Alcuni dei giovani soggetti riescono però a scappare dalle grinfie della Essex e tra questi vi è la piccola Laura Kinney (Dafne Keen), la quale trova riparo presso le uniche persone in grado di poterla proteggere: Logan e soci. Da qui inizierà l’inseguimento degli scagnozzi della Essex Corp., capeggiati da Donald Pierce (Boyd Holbrook), nei confronti dei ragazzini per eliminarli definitivamente, e Logan, ovviamente, si troverà pienamente coinvolto nella lotta che ne seguirà.

Logan, il tramonto dei mutanti

James Mangold, che mise le mani sul supereroe Marvel già in Wolverine-L’immortale, questa volta spinge al limite l’emotività di Logan, ponendolo come simbolo della decadenza dei mutanti e serbatoio di tutte le sofferenze patite da questa razza ormai al tramonto ma che, come ogni ciclo che si rispetti, si appresta a risorgere; una rinascita che prende le sembianze di Laura Kinney, piccola mutante che ha in sé il DNA di Wolverine.

Il film possiede caratteristiche lontane dal classico cinecomic. Logan-The Wolverine è una storia di sofferenza e patimento in cui soltanto gli artigli dell’amato protagonista stanno a ricordarci che siamo di fronte a un prodotto Marvel.

Si tratta sostanzialmente di un’opera a sé, che viaggia sui binari dell’emotività e non su quelli, ben noti, della spettacolarità a tutti i costi. Il ritmo che Mangold dà alla sua opera è perfetto, fatto di momenti pacati, ma utili alla riflessione, e di combattimenti dal ritmo serrato e mai così visivamente violenti.

Altro aspetto che distanzia questo film soprattutto dai precedenti episodi legati agli X-Men e allo stesso Logan è senz’altro il realismo, ovvero l’intenzione del regista di mettere in chiaro una volta per tutte che i mutanti sono pienamente esseri umani la cui diversità li costringe a vivere emarginati, bistrattati e considerati un pericolo da eliminare a causa di un mondo troppo inetto per guardare oltre la superficie delle cose.

Il tema della persecuzione del diverso è dunque molto sentito e trasferibile nella situazione reale odierna. Mangold ci tiene a sottolineare quanto la realtà sia molto lontana dalle fantasiose storie a fumetti che raccontano le incredibili gesta di esseri che sparano raggi dagli occhi o manipolano gli elementi.

Le 2 ore circa di film vedono spesso indugiare la cinepresa sui volti dei personaggi più emotivamente segnati dalle esperienze e dai dolori passati e presenti, ovvero Logan e Xavier, al fine di far sentire lo spettatore il più possibile partecipe delle loro sofferenze.

Nel film gioca un ruolo fondamentale la famiglia e il conforto che deriva dai rapporti umani derivanti da essa. Logan si prende cura di Xavier e, da un certo punto in poi, dovrà badare come un padre anche alla piccola Laura. Il viaggio che “padre e figlia” intraprenderanno sarà anche un lungo percorso di avvicinamento affettivo mediato dall’anima gentile di Xavier, intenzionato da sempre a far riemergere il lato più umano di Logan.

Diversamente dagli altri cinecomics, in Logan non compare il solito super villain da sconfiggere ed è stupefacente quanto la cosa funzioni perché gli scopi del film sono altri, più profondi, non superficiali e scontati. Il supereroe si spoglia della tuta I-tech e indossa i panni dell’uomo fatto di carne e debolezze. Logan sa di avere un ultimo dovere da compiere, non per se stesso ma per il futuro di una nuova generazione.

Il cast

Mai così struggente e cupo Hugh Jackman nei panni del mutante con lo scheletro di adamantio, personaggio a cui dice addio dopo ben 17 anni. L’attore australiano saluta Wolverine con una prestazione da incorniciare. Il personaggio mostra i segni di una vita troppo spesso malevola con lui, che ha saputo regalargli importanti affetti con una mano per sottrarglieli con l’altra. Logan è visibilmente malato, brutta copia del selvaggio e atletico superuomo visto in passato ed è rassegnato, in attesa che la vita si stanchi di lui. Più che mai in questo capitolo ad emergere sono l’umanità di Logan e la violenza a cui è stato spesso costretto a fare uso durante la sua vita. Insomma, il protagonista funziona e il contesto in cui è inserito non è altro che lo specchio della sua interiorità.

Meravigliosa la piccola Dafne Keen, un misto di espressività e brutalità raramente visti in un attore di pari età. Custode del DNA di Wolverine, la piccola sa mostrare spietata cattiveria e aggressività adatti al ruolo. Se Logan dunque, da un lato, è il simbolo del tramonto, Laura Kinney è la luce accecante di una nuova era.

Escludendo qualche scelta un po’ troppo forzata, il film, in definitiva, è costruito ottimamente ed è emotivamente coinvolgente. Se per gran parte del girato a parlare sono le mani e gli artigli, per il resto il copione risulta ben scritto mentre la storia, con la giusta dose di dramma, scorre piacevolmente e con buona intensità. L’apparente buco di trama riguardante il misterioso recente passato dei mutanti che li ha portati quasi all’estinzione riesce a non avere eccessiva rilevanza in un film in cui quello che più conta è il futuro. Le scene più toccanti non sono mai fuori posto e paiono ogni volta riassumere, attraverso pochi sguardi e parole, ciò che si è appena lasciato alle spalle.

Il politically correct è stato abbandonato dall’industria già in Deadpool il cui ottimo riscontro ha certamente inciso sulla resa esplicita di violenza e linguaggio anche in Logan. È davvero difficile trovare per questo film una collocazione coerente all’interno del filone narrativo da cui in teoria deriva.

L’ultimo episodio della saga spin-off dedicata al mutante con lo scheletro di adamantio non è altro che un onorevole passaggio di consegne da una generazione, vecchia e consunta, all’altra, cui è affidato l’ardito compito di evitare gli errori del passato e ripartire dai buoni principi che i predecessori hanno cercato di costruire con tanta fatica.