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Giro di boa a dir poco deludente per il Napoli di mister Gattuso. Dove si può lavorare per migliorare? Di chi sono le colpe?

Al termine del girone d’andata, il cammino del Napoli, fino a questo punto della stagione, è a dir poco altalenante. La squadra di Gattuso vive ancora in preda ai fantasmi delle macerie lasciate all’ombra del Vesuvio dalla scellerata gestione Ancelotti. Gli uomini in campo continuano a peccare del “veleno” tanto decantato dall’allenatore e, al netto di un sesto posto con una partita in meno e di un’ancora possibile zona-Champions, la squadra pare spenta e senza anima. Di chi è la colpa?

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Colpa dei giocatori?

Gli 11 schierati in campo da mister Gattuso non sono mai sembrati realmente capaci di grandi imprese. La loro qualità tecnica è indiscutibile, ma il problema mentale che li affligge ormai da qualche anno pare sempre più insormontabile. Al netto delle pesanti e lunghe assenze di Osimhen (acquisto più esoso di sempre) e Dries Mertens (miglior marcatore della storia del Napoli), i restanti calciatori in rosa non sono mai riusciti ad esprimere a pieno il loro potenziale.


Il nefasto dualismo Meret-Ospina, con il primo da “non bruciare” e il secondo da far giocare perché abile con i piedi, ha comunque regalato al Napoli la seconda miglior difesa del campionato.
La linea difensiva a 4 su cui tanto hanno premuto i recenti allenatori azzurri ha mostrato, dalla partenza di un colosso del calibro di Raul Albiol, lacune sempre più profonde ed evidenti.
Il centrocampo spesso a 2, poi a 3, poi senza uomini, con Bakayoko e Fabian Ruiz elefanti in una cristalleria si è spesso mostrato troppo lento e macchinoso, per nulla adatto al gioco rapido e spumeggiante mostrato dal Napoli delle precedenti annate.

La zona offensiva del campo lascia costantemente intravedere sprazzi di gran calcio, ma la concretizzazione delle occasioni create è spesso e volentieri insufficiente. Mi riallaccio a quanto detto prima in merito ad Osimhen e Dries Mertens per elogiare, però, Andrea Petagna che si è dimostrato a più riprese discreto bomber “di riserva”. Discreto, sì, ma di riserva.

Colpa dell’allenatore?

Rino Gattuso è arrivato ormai un anno fa come traghettatore per risollevare la squadra dal putridume nel quale riversava. Oggi, ad un anno dal suo insediamento, i problemi del Napoli sembrano essere gli stessi visti durante la gestione Ancelotti. La squadra è spenta, svogliata, priva di “veleno” che il mister tanto decanta e ricerca.
È vero che Gattuso è riuscito a portare in bacheca un trofeo, vincendo la Coppa Italia in finale contro la Juventus, ma è pur vero che alle pendici del Vesuvio ci è venuto in vesti di traghettatore, non di allenatore su cui fondare un progetto duraturo. Proprio per questo motivo il mister si è trovato tra le mani una rosa assolutamente non adatta alle sue idee di gioco.

Il grande merito che va dato, però, all’allenatore del Napoli è di essere riuscito a trovare la chiave mentale (più che tattica) per far risorgere un talento cristallino come Hirving Lozano. Il messicano è arrivato a Napoli fortemente voluto da Carlo Ancelotti che, però, mai era riuscito a trovargli una quadra precisa e calzante. Prima centravanti, poi vice-Insigne, poi esterno di centrocampo, Hirving Lozano è sempre parso spento. Le idee e il carattere di Gattuso, però, sono servite a dargli la scossa che cercava e a renderlo l’attuale capocannoniere della squadra azzurra e autore di prestazioni a dir poco superlative.

Colpa della società?

Gli arrivi all’ombra del Vesuvio non hanno mantenuto le aspettative. Al netto del colpo Osimhen che, però, non ha praticamente mai giocato, gli uomini scelti minuziosamente dal direttore sportivo Cristiano Giuntoli non sono praticamente mai riusciti a lasciare un segno tangibile nel cammino azzurro.

Dalla partenza di Gonzalo Higuain il Napoli ha adottato una diversa politica societaria: privarsi del grande bomber a beneficio di un collettivo più omogeneo e competitivo. I vari innesti che sono arrivati reinvestendo l’enorme capitale-Higuain sono risultati ottimi comprimari, certo, ma mai all’altezza di lottare per le posizioni di vertice. Il Napoli non è mai stato propenso ad investire in calciatori funzionali alle idee tattiche dei suoi allenatori, limitandosi ad assicurarsi le prestazioni di uomini d’occasione, autori di qualche buona prestazione e nulla più.

Oggi agli azzurri manca proprio questo: uomini di esperienza che hanno vinto e che sanno vincere, uomini in grado di alzare la testa nei momenti di difficoltà e di affiancare i più giovani nel percorso di crescita.

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