La recensione di Suburbicon, sesto e ultimo film diretto da George Clooney, con la sceneggiatura firmata Joel e Ethan Coen, in concorso alla 74esima Mostra del Cinema di Venezia

La trama

Suburbicon è una cittadina presentata, anche nello spot d’apertura, come luogo idilliaco. Tuttavia siamo alla fine degli anni ’50 e basta poco per mandar tutto in rovina. In questo caso, ci troviamo di fronte all’arrivo nella comunità “modello” della prima famiglia afroamericana, i Meyers. Quello che sembrava il posto ideale per trasferirsi, allora, diviene in un attimo una vera e propria prigione, dove la nuova famiglia viene esclusa in ogni modo, fino ad essere minacciata attraverso varie manifestazioni notturne sempre più violente.

Questo lo sfondo del nuovo film di George Clooney, che per la sua sesta regia (che lo vede in questo caso anche co-sceneggiatore), ha deciso di affidarsi ad una sceneggiatura dei Coen risalente ai tempi di Blood Simple – Sangue Facile e mai portata in scena.

Protagonista della vicenda, tuttavia, è la famiglia Lodge. Difatti, mentre la cittadina è in subbuglio a causa dei nuovi arrivati, dei rapinatori irrompono di notte nella casa di fronte, addormentando con del cloroformio la famiglia modello composta da padre (Matt Damon), moglie paralizzata e sorella (entrambe interpretate da Julianne Moore) e figlio, e causando una tragedia inaspettata per gli spettatori, aspettata per alcuni dei personaggi.

I rimandi con il presente e la propaganda politica

Sin dal prologo è ben lampante il riferimento al centro urbano di Lewitton, creato da William Levitt dopo la Seconda Guerra Mondiale esclusivamente per l’élite della borghesia caucasica. Ancora più importante, però, è l’attenzione che Clooney ha posto nei confronti del razzismo, problema ora più che mai imminente dati gli ultimi eventi a Charlottesville che hanno visto coinvolti i suprematisti, i neonazisti e il KKK.

I riferimenti, ovviamente, non si fermano ad una critica verso i fatti di cronaca, ma penetrano fin sotto alla radice. È così che il recinto costruito attorno alla casa dei Myers diviene voce biasimante del muro voluto da Trump, così come della sua politica in generale. Da molti accusato di voler fare propaganda per una sua prossima candidatura, Clooney risponde di essere già troppo impegnato.

I rimandi ad Hitchcock

Che il film abbia altri intenti o no, comunque mostra farlo con un amore cinematografico non da poco. Al di là dell’ambientazione a tratti fiabesca, ma principalmente propria del noir nelle sue varianti più di humour e grottesche, molti sono i riferimenti ai classici del cinema. Primi tra tutti, bisogna citare i vari rimandi ad Hitchcock.

Come non riconoscere, infatti, lo strangolamento visto attraverso le ombre, direttamente da The Wrong Man (Il ladro), o il duplice personaggio delle gemelle, dove in questo caso la Moore nelle vesti della cognata diviene bionda come la sorella morta, chiaro riferimento a Vertigo, ovvero La donna che visse due volte. Come, ancora, la sedia a rotelle, da La finestra sul cortile, e la suspense caratteristica di Delitto perfetto.

Importante ricordare, al di là di Hitchcock, i vari riferimenti dei Coen a Double Indemnity (La fiamma del peccato) di Billy Wilder, in particolare per quanto riguarda la truffa assicurativa.

Un ritratto urgente dell’America di ieri e di oggi

Tra le domande più gettonate, ci si chiede perché i Coen abbiano aspettato così tanto tempo per portare al cinema una storia così significativa, ma forse sarebbe più giusto pensare a quali sarebbero state le reazioni di fronte ad un film del genere fino a qualche anno fa.

Sicuramente la mano di Clooney ha fatto in modo che la storia fosse a tratti più esplicita, a tratti propria di qualche cliché, ma senza dubbio lascia in ogni spettatore quel senso d’amarezza generale (per quanto il finale voglia incutere una minima speranza) nel confronto automatico ancora troppo simile tra passato e presente. Cosa è cambiato rispetto al Dopoguerra? Cosa ci fa pensare d’essere persone migliori o più moderne rispetto al passato?

Suburbicon mostra chiaramente come ogni etnia abbia le proprie “pecore nere”, come gli animali non sono coloro che hanno la pelle d’un colore diverso dal nostro, bensì coloro che si comportano come tali, e che pertanto sono destinati a perire con le loro stesse armi. Lo fa attraverso il punto di vista del figlio dei Lodge, interpretato egregiamente da Noah Jupe, forse unico personaggio davvero positivo, vittima costretta a vivere in un vortice di violenza e di valori infranti sino ad annichilirsi.

Suburbicon, allora, non è solo un film che parla di politica, bensì un film che parla di famiglia e di valori, di tolleranza e amore a partire da sé stessi, passando per il nucleo familiare, arrivando al mondo circostante. È un film dalla visione a tratti surreale, dal messaggio a tratti utopico, dalla richiesta di valori più che mai urgenti.