Tra Carta E Pixel, Vizio Di Forma: l’hardboiled di Pynchon e Anderson



Vizio Di Forma

Nel nuovo appuntamento con Tra Carta E Pixel, parliamo di Vizio Di Forma. E del suo rapporto tra il retrò, il noir e la nostalgia per gli anni ’70

Questo viaggio con Tra Carta E Pixel sta riservando molte più sorprese di quanto ci si poteva aspettare. ZON.it sta ripercorrendo, man mano, le vette della “letteratura cinematografica“. In questo nuovo appuntamento, toccheremo un libro recente, passato in sordina ai più, ma reso celebre dal suo adattamento cinematografico: Vizio Di Forma.

Il genere a cui appartiene è uno dei più particolari dal punto di vista letterario: il noir. Un genere sempre troppo bistrattato, ma che risulta essere interessantissimo dal punto di vista soprattutto sociale. Gli stilemi sono fissi, ma ad essi Thomas Pynchon prima e Paul Thomas Anderson poi aggiungono un’iperbolica complessità di trama e stranezze postmoderne che ne fanno un’opera complicata.

Il risultato è una vicenda in salsa vintage, retrò, che richiama tanto un’epoca d’oro come gli anni ’70. Immergiamoci, dunque, nella lettura/visione di Vizio Di Forma.

Un mondo dentro un sogno

Le vicende di Vizio Di Forma sono a dir poco machiavelliche. Come in ogni buon noir che si rispetti, abbiamo dei personaggi alquanto bizzarri ed una vicenda ancora più bizzarra. Il protagonista è Larry “Doc” Sportello (interpretato da Joaquin Phoenix, nel film), investigatore privato un po’ sbandato e un po’ hippy, che non ha ancora accettato la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70.

Sportello è un uomo “duro” e oscuro (come il detective Marlowe di Raymond Chandler), vive di espedienti, fra una fumata di marijuana e qualche pizzico di coca. La sua ex fidanzata, Shasta Fay Hepworth (Katherine Waterston), lo contatta perché la aiuti a proteggere il suo attuale ragazzo, un immobiliarista vittima degli intrighi dei suoi familiari.

Mentre Doc indaga sul caso, il suo nemico Bigfoot (Josh Brolin), poliziotto un po’ tonto e un po’ geniale, lo accusa di omicidio. Come se non bastasse un suo conoscente, Coy (Owen Wilson), finisce in uno strano intrigo, in cui lo stesso non sa se sta facendo il doppio o il triplo gioco.

La trama intricatissima c’è tutta. Ora vediamo meglio gli aspetti “nascosti” di Vizio Di Forma.

Narrativa postmoderna

Pynchon, si sa, è uno dei profeti del postmoderno. Con uno stile di scrittura inconfondibile (ispirato a Chuck Palahniuk), in Vizio Di Forma racconta una storia d’altri tempi, attestandosi sugli stili inconfondibili di Raymond Chandler (altro grande ispiratore). L’autore, però, ha il merito di mescolare ad essi toni pulp e hippie, che rendono l’atmosfera lisergica e quasi surreale.

Il libro, però, ha come merito quello di mantenere una trama meglio delineata e più comprensibile (la struttura in capitoli aiuta tantissimo) rispetto al film. Paul Thomas Anderson, regista di eccezionale impatto visivo e di ottima scrittura, forse si spinge troppo oltre nel tentativo di eguagliare il pregio narrativo di Pynchon.

Anderson, però, riesce comunque a mantenere lo stesso humor e l’eccentrica follia che è la base di tutto il romanzo. La trasposizione ha un risultato che ricorda molto da vicino i metodi di un colosso italiano come Michelangelo Antonioni, a livello onirico e surreale.

Discrepanze

Ci sono, però, delle differenze sostanziali tra il Vizio Di Forma romanzo e l’adattamento cinematografico. La più importante si assume nella persona di Shasta. Colei che nel romanzo di Pynchon aveva la capacità esoterica di leggere il tempo da un orologio rotto, nella trasposizione di Anderson si appropria del “voice over” e occupa uno spazio a sé, diventando una “super-partes”.

Il film del regista americano assimila tutti i processi intertestuali, metatestuali e transtestuali che Pynchon ha costruito sia in forma prolettica che analettica. Tuttavia, i confini tra la realtà illusoria e quella effettiva restano ben distinti. Pynchon, invece, tende a confondere ancora di più il lettore, la distinzione tra surrealismo e realtà diventano un’unica “nebula” da cui è difficile scostarsi, se non impossibile.

Si potrebbe dire che quella di Anderson è una lettura sì del testo di Pynchon, ma rivoluzionato e adeguato secondo i suoi dettami e secondo il suo cinema. D’altronde, l’opera resta molto difficile da adattare. L’ipertrofia, in Vizio Di Forma, è però quella dei personaggi pynchoniani, materia polisemica che riconfigura il mash up popular di Magnolia.

Il risultato è comunque un’opera a sé stante da un libro irrimediabilmente postmoderno, di culto, un’opera che tutti dovrebbero riscoprire. Così come il film.

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