Università degli Studi di Salerno, le reliquie di Giuseppe Moscati in Ateneo



Giuseppe moscati

Università degli Studi di Salerno, le reliquie del medico beneventano Giuseppe Moscati saranno in Ateneo venerdì 26 gennaio

Da giovedì 25 gennaio a domenica 17 febbraio, le reliquie dell’insigne Medico beneventano, Giuseppe Moscati, lasceranno la Chiesa del Gesù Nuovo di Napoli e gli arredi che hanno fatto da cornice alla sua storia umana e professionale, per essere accolte nei diversi presidi sanitari dell’ASL di Salerno.

Tra le diverse tappe, l’evento organizzato dall’Università degli Studi di Salerno, che si realizzerà il giorno 26, dalle ore 10:00 alle ore 12:00, quando le spoglie faranno sosta al Campus Biomedico di Baronissi.

Ad accoglierle saranno, oltre alle diverse istituzioni sanitarie, anche i nostri futuri medici, oggi laureandi in medicina e chirurgia. E, per la prima volta, San Giuseppe Moscati siederà nei banchi della Scuola Medica Salernitana, per ricordarci, ad un secolo quasi dalla sua morte avvenuta il 12 aprile 1927, a soli 46 anni, quello che continua ad essere, al di là dell’avanzamento dei tempi, lo scopo più nobile, autentico ed incorruttibile della medicina, che riposiziona al centro l’essere umano.

IL DOTTOR MOSCATI E LA VISITA “SOSPESA”.

“Chi ha, metta. Chi non ha, prenda”.

Con questo imperativo, che rimanda all’ormai diffusa usanza napoletana del cosiddetto caffè “sospeso” , il Dott. Giuseppe Moscati, riceveva i suoi pazienti. Con un aspetto aristocratico, baffi risvoltati ed occhialetti rotondi, lasciando sul tavolino del suo studio un cappello di feltro capovolto a guisa di un salvadanaio. Come se l’onorario fosse solo un’appendice, altrettanto benefica, della sua professione medica.

Ma chi è stato Giuseppe Maria Carlo Alfonso Moscati e chi è ancora oggi, a novant’anni dalla sua morte?

Un uomo, anzitutto, un medico in primis, un Santo per cominciare.

SFOGLIANDO IL SUO CURRICULUM VITAE E PROFESSIONALE

Nato a Benevento il 25 luglio 1880, in una famiglia benestante medio borghese , dopo sei di nove figli, seguì gli spostamenti del padre, magistrato, ad Ancona, per poi stabilirsi definitivamente nella sua “bella Partenope”, dall’età di 4 anni.

La scelta di diventare un medico scaturì dal desiderio di risolvere quel senso d’impotenza che egli provò di fronte alla malattia che colpì l’amato fratello, dopo una caduta da cavallo. D’altra parte, le sue singolari doti intellettive si fecero strada sin da principio nel mondo accademico, riuscendo ad occupare ruoli di prestigio.

Apprezzato ed elogiato da nomi con cui oggi si fa riferimento alla più autorevole architettura ospedaliera campana – Domenico Cotugno, Antonio Cardarelli -, fu tra i primi in Italia a somministrare l’insulina per la cura del diabete e condusse ricerche sulla chimica del glicogeno, l’urea e l’ipofisi, pubblicando oltre 30 lavori.

Fu, persino, un divulgatore scientifico, collaborando al quotidiano fondato da  Gaetano Rummo “La Riforma Medica”.

Può essere, dunque, il Moscati inserito, a pieno titolo, nel novero dei Baroni Universitari, i quali oggi potrebbero legittimamente trasecolare nel ripassarsi, da una mano all’altra, quella pagina strappata al suo curriculum, che data 1917, quando egli si permise di rifiutare la cattedra universitaria per scendere nelle corsie ospedaliere.

“… soltanto pochissimi uomini son passati alla storia per la scienza; ma tutti potranno rimanere imperituri,…, se si dedicheranno al bene…”.

 Al 1921 risale un aneddoto,  secondo il quale il noto dottore riuscì, tra le incertezze di innumerevoli luminari consultati in America, a far diagnosi di ascesso sub-frenico al tenore Enrico Caruso, raggiunto, tuttavia, troppo tardi per riuscire a sottrarlo alla morte, in quella stanza d’albergo di Sorrento ove Lucio Dalla compose la sua canzone.

GIUSEPPE MOSCATI: MEDICO DEI CORPI O CHIRURGO DELL’ANIMA?

Difatti, quel che rende, più di tutto, straordinaria la vita di questo medico è la sua capacità di sintesi, riconoscibile nel suo personale modus operandi, di quelle che sembrano da sempre rappresentare per l’arte medica delle antinomie irrisolvibili: scienza e spiritualità, onorificenze ed, al contempo, abnegazione “totalizzante” al malato che soffre.

Interpretava il suo lavoro nelle more di una “sublime missione” permeata nei valori che attingeva dalla religione cristiana a cui era intimamente devoto. Tuttavia, era fedele al suo credo scientifico tanto quanto a quello religioso, non avendo mai la pretesa di dimostrare la Fede attraverso la Ragione, men che meno la Scienza con la Fede. Rivolgendosi ad un allievo, asseriva: “Sebbene lontano non lascerete di coltivare e rivedere ogni giorno le vostre conoscenze. Il progresso sta in una continua critica di quanto apprendemmo. Una sola scienza è incrollabile e incollata, quella rivelata da Dio, la scienza dell’aldilà!…”

L’anima non è un dato scientifico, perché né dimostrabile né riproducibile. Per la comunità scientifica esiste solo ciò che è basato sull’evidenza e verificabile. Parafrasando, invece, la concezione del Moscati in termini moderni, potremmo dire che se la statistica, che è un accreditato strumento di verifica oggettiva e, dunque, la prova fumante di un dato scientifico da dimostrare, tiene conto essa stessa dei ‘bias’ e dell’errore standard, allora, il Caso, indimostrabile per definizione, dovrà essere assunto come statisticamente significativo quando l’incidenza degli eventi non sia tale da confutarlo.

In quest’ottica, il rapporto medico-paziente per Giuseppe Moscati assumeva un valore profondo, etico, spirituale, che scavallava le “fredde prescrizioni da inviare al farmacista” e che cercava di trasferire, come precetto, ai medici neofiti: “Il dolore va trattato non come un guizzo o una contrazione muscolare, ma come il grido di un’anima a cui un altro fratello, il medico, accorre con l’ardenza dell’amore, la carità”.

Tre sono i miracoli riconosciuti dalla Chiesa cattolica, che gli valsero l’appellativo di Santo, all’atto della sua canonizzazione, il 25 ottobre 1987, ad opera di Giovanni Paolo II; ma se, da buoni scienziati, risaliamo all’origine del termine miraculum derivato da “mirari”, pur occupando posizioni differenti, non si commette peccato nel ritenere che Giuseppe Moscati fosse un esempio mirabile per un numero molto maggiore di circostanze storiche nelle quali ha dato prova tangibile di valori universalmente condivisibili.

Nell’aprile del 1906, evacuò l’ospedale di Torre del Greco sotto una grandinata di cenere e lapilli del Vesuvio in eruzione, salvando con le proprie braccia i malati ivi convalescenti. Nel 1911, si occupò di risanare la città di Napoli resa preda di un’epidemia di colera. Né voltò le spalle alla storia allorché ebbe inizio la prima guerra mondiale, presentando domanda di arruolamento volontario che gli fu respinta, per poi apprestarsi a visitare 2524 soldati.

LA VICINANZA AI GIOVANI

Leggendo i suoi scritti, risulta anche per me, da giovane medico, indimostrabile la forza post-moderna del suo convincimento, che resta un monito per chi la medicina oggi la persegue, la pratica e s’appresta ad insegnarla:

Ho creduto che tutti i giovani meritevoli, avviatisi tra le speranze, i sacrifici, le ansie delle loro famiglie, alla via della medicina nobilissima, avessero diritto a perfezionarsi, leggendo in un libro che non fu stampato in caratteri neri su bianco, ma che ha per copertura i letti ospedalieri e le sale di laboratorio, e per contenuto la dolorante carne degli uomini e il materiale scientifico, libro che deve essere letto con infinito amore e grande sacrificio per il prossimo.

Ho pensato che fosse debito di coscienza istruire i giovani, aborrendo dall’andazzo di tenere misterioso gelosamente il frutto della propria esperienza, ma rivelarlo a loro, affinché dispersi poi per l’Italia, portassero veramente un sollievo ai sofferenti per la gloria della nostra Università e del nostro Paese”.

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