1 Settembre 2018 - 14:09

ZONa Cinema: Velluto Blu, la svolta “noir” di David Lynch

Velluto Blu

Dopo la cocente delusione fantascientifica con Dune, lo “sperimentatore” David Lynch si sposta sul noir. E filma un altro capolavoro: Velluto Blu

La svolta sci-fi di David Lynch, quell’adattamento di Dune, grande ciclo di romanzi di Frank Herbert, non sortisce l’effetto sperato. Qualcosa è andato storto, e il cineasta si trova a fare i conti con il primo vero flop della sua carriera.

Il regista esce spezzato, piegato dalla critica molto pungente, che non risparmia attacchi mettendo addirittura in discussione le sue capacità. A questo punto, però, lo stesso David si imbraccia la croce e guarda avanti, guarda al modo in cui uscire da questa “crisi”.

E come risollevarsi da una batosta simile, come far riacquistare credibilità al suo nome se non con un altro film? Questa volta, però, Lynch fa tutto da solo. A lui piace “navigare in tempesta”, produrre ingegni con budget altamente ridimensionati, sperimentare. Quindi, per la prima volta, approda su un terreno a lui sconosciuto: il noir.

Velluto Blu è un film che nasce senza pretese, senza effetti speciali fantasmagorici, né esagerazioni tecniche. Solo una genuina sceneggiatura partorita senza limiti e l’ingegno registico. David partorì così il suo secondo capolavoro, il film forse più autobiografico e personale, rompendo il “giocattolo”, capovolgendo ancora una volta il sistema.

Il regista dà il via ad un nuovo percorso, una nuova esperienza che si rivelerà una prova eccezionale dal punto di vista tecnico (una regia a dir poco sopraffina) e che gli spianerà la strada verso l’Olimpo del cinema. Ecco a voi Velluto Blu.

Il lato oscuro lontano dalla metropoli

La trama di Velluto Blu segue le vicende del giovane Jeffrey Beaumont (l’attore-feticcio Kyle MacLachlan), il quale torna nella tranquilla Lumberton per assistere il padre, colpito da ictus. Di ritorno dall’ospedale, il ragazzo troverà, nel mezzo di un giardino isolato, un orecchio umano mozzato (elemento fondamentale per il film).

Sbalordito dallo strano ritrovamento, Jeffrey raccoglie il macabro reperto e lo porta ad un detective di polizia, per indagare. Nell’occasione, conosce una giovane ragazza, Sandy (interpretata da Laura Dern, che ritroveremo in Twin Peaks), con cui instaura un rapporto intimo.

Da qui in poi, per Jeffrey si apriranno “le porte dell’Inferno”, una serie di escalation di vicissitudini assai pericolose che lo condurranno fino al Blue Velvet. Il locale è un famoso nightclub, dove si esibisce l’avvenente Dorothy Vallens (interpretata da una prorompente Isabella Rossellini).

Gli avvenimenti porteranno alla luce quanto di più abnorme si possa celare sotto l’apparente tranquillità del luogo. Un posto apparentemente tranquillo, lontano dalla metropoli, che si rivelerà ugualmente caotico.

L’elogio della narrazione e il livello autobiografico

In Velluto Blu, Lynch si mette al servizio della narrazione. Il regista incomincia a scavare nel profondo alla ricerca del nascosto, mostrando il suo lato psicologico. Il suo cinema diventa, per la prima volta, più complesso. Da un lato, il film è un perfetto elogio alla narrazione, un concatenarsi di scene con il classico meccanismo “causa-effetto”, che inizialmente sembra non avere forma, salvo poi rivelarsi un intreccio spettacolare.

Dall’altro, invece, la simbologia diventa una chiave importantissima per apprezzare l’opera. L’orecchio nel giardino diventa l’inizio e la fine di tutto, il punto cardine della narrazione, il tramite del protagonista per passare al lato oscuro. Il distopico noir, dai contorni decisamente macabri, vive della messa in scena onirica, non tralasciando, però, la componente sentimentale.

Velluto Blu si può considerare come un film perfettamente equilibrato, che da un lato toglie e dall’altro restituisce. Un film che fonde il classico con il moderno, l’ordinario con l’inusuale, una trama tradizionale e lineare con un simbolismo che stravolge tutto, il surreale con il reale.

Lynch, tramite il simbolo, restituisce tratti autobiografici del suo cinema proprio tramite questo film. Il protagonista resta invischiato in un universo situato nell’epicentro del film, un microcosmo che viene fuori alla distanza.

Il maestro dello spazio

Il protagonista non è così facile da individuare come potrebbe sembrare. Naturalmente le prove magistrali degli attori principali (un quanto mai istrionico Kyle MacLachlan, una fragile e squilibrata Isabella Rossellini, una calma ed empatica Laura Dern, un inverosimile Dennis Hopper e un grottesco Dean Stockwell) sono tutte quante memorabili, ma il vero punto focale è un altro: lo spazio.

Spazio che è terrore, magia, mistero, romanticismo ed emozione contemporaneamente. Lo si avverte nell’appartamento di Dorothy, nelle sequenze con le rampe di scale (ambientazione a tratti principale), nel giardino “incriminato”, nei viali della città oscura.

Qui sta racchiusa l’intuizione di Lynch: prevedere già l’esito di ogni inquadratura. Diversificare le stesse a seconda della scena girata (basti pensare al sonoro fastidioso e al buio in giardino che si aprono luminosamente accogliendo in scena la solarità di Laura Dern). E qui possiamo notare la notevole somiglianza con un altro regista nostrano, che in quanto a preziosismi e raffinatezza registica non è secondo a nessuno: Federico Fellini.

Il “maestro dello spazio”, in Velluto Blu, si diverte a giocare su una concezione fondamentale. E cioè che il Male non è opposto al Bene, ma ne è solamente un’altra faccia. Dividere l’uno dall’altro è impossibile. E questo sarà un assunto principale anche per le opere successive (come dimenticare Twin Peaks e Mulholland Drive).

Una pellicola senza difetti

Velluto Blu non rappresenta una nuova tipologia di cinema. Velluto Blu È il cinema stesso, uno dei lavori più notevoli di sempre, una pellicola che non ha difetti. David Lynch orchestra, e il pubblico (e la critica allo stesso modo) recepisce la sinfonia.

Una prova stilistica a dir poco magistrale, quasi incredibile, imperdibile per la sua suspence (che richiama e scomoda il paragone anche con l’innominabile Alfred Hitchcock), destinata a fare la storia. Un film poetico, arricchito anche dalle musiche del fidato Angelo Badalamenti (altro uomo-feticcio del regista), che garantisce un onirismo e un’inquietudine all’altezza dell’intera opera.

Lynch, con questa opera, si erge al di sopra di tutto e di tutti, consapevole di aver regalato alla storia un altro capolavoro, dopo The Elephant Man. E tutti sono lì, lì in basso, a guardarlo, sapendo di assistere all’opera magna di un nuovo Dio del cinema.

Come disse il famoso scrittore David Foster Wallace, “A Quentin Tarantino interessa guardare uno a cui stanno tagliando l’orecchio. A David Lynch interessa l’orecchio.”