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Dopo Toninelli e Fraccaro, anche il reggente Vito Crimi chiude la porta a Mario Draghi. Se così dovesse essere, il nuovo Governo dovrebbe ricevere la fiducia da grandi pezzi di centrodestra e PD

Il M5S dice no a un Governo Draghi. L’annuncio arriva subito dopo la decisione del Presidente Mattarella di conferire l’incarico a Mario Draghi, oggi alle 12. Per primo Danilo Toninelli, che esordisce su Facebook con “Non veniteci a chiedere di votare Mario Draghi“. Gli fa eco Riccardo Fraccaro, e infine arriva l’indicazione del reggente Vito Crimi, il quale ringrazia il presidente Mattarella per aver concesso l’opportunità di ricomporre la maggioranza, scaricando integralmente su Renzi la responsabilità del fallimento di ricomposizione della maggioranza. Ma in merito ad un esecutivo tecnico afferma: “Una tale tipologia di esecutivi è già stata adottata in passato, con conseguenze estremamente negative per i cittadini italiani. Il Movimento 5 Stelle , già durante le consultazioni, aveva rappresentato che l’unico governo possibile sarebbe stato un governo politico. Pertanto non voterà per la nascita di un governo tecnico presieduto da Mario Draghi“.

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Cosa succede adesso

Il M5S è la prima forza in Parlamento, con 190 deputati e oltre 90 senatori. Dal 2018 Sono il perno necessario attorno al quale hanno dovuto ruotare, giocoforza, i due esecutivi Conte. Senza i voti del Movimento, Draghi ha bisogno dei voti del PD, di LeU, del centro e di larghe porzioni del centrodestra. Insomma, senza i grillini devono partecipare tutti gli altri. Ecco perché il niet di Crimi diventa importante.

Al momento la posizione del Movimento sembra netta e inequivocabile, ma non si escludono defezioni per appoggiare Draghi. Defezioni spinte anche dalla paura di andare ad elezioni. Ma il M5S ha dovuto accettare fin troppi compromessi in questa prima metà di legislatura, per potersi permettere di ingoiare anche Mario Draghi agli occhi della base, ampiamente ostile ad un Governo tecnico. “Noi siamo sempre stati chiari con gli italiani dicendo apertamente che il M5S avrebbe sostenuto solo un esecutivo guidato da Giuseppe Conte. Su questo, con coerenza, andremo fino in fondo” spiega Crimi.

Stando alle dichiarazioni di Zingaretti, invece, il PD starebbe valutando l’opportunità di offrire il proprio sostegno a Draghi. “Da domani saremo pronti al confronto per garantire l’affermazione del bene comune del Paese” chiude Zingaretti, lasciando intendere che una decisione non c’è ancora, e che il PD vuole vederci chiaro. Conte era, e può ancora essere, il collante di una nuova formazione progressista ed europeista che può sfidare il centrodestra alle elezioni. E in casa PD non erano pochi ad essere tentati da questa opportunità e andare ad elezioni, prima che Renzi facesse saltare il banco.

Il piano di Renzi fin dall’inizio

Già, Matteo Renzi. Ormai è pacifico dire che questa situazione che si è venuta a creare era il suo piano sin dall’inizio. “Ora è il momento dei costruttori. Ora tutte le persone di buona volontà devono accogliere l’appello del Presidente Mattarella e sostenere il governo di Mario Draghi. Ora è il tempo della sobrietà. Zero polemiche, Viva l’Italiascrive Renzi su Facebook, certificando l’adesione di Italia Viva al Governo Draghi. E lo fa candidamente e serenamente, giacché il suo scopo era far saltare Giuseppe Conte e smontare l’alleanza PD-M5S-LeU. Non ha torto Crimi ad attribuirgli le responsabilità di aver fatto saltare il banco: la disinvoltura con cui Renzi aderisce all’idea di un Governo Draghi è quanto mai sospetta.

Viene dato per scontato anche il sì da parte di Forza Italia, che da settimane propone l’idea del Governo Ursula, sulla base dell’esecutivo regge la Commissione Europea. Decisamente più tiepida e sospettosa la posizione di Giorgia Meloni, che da un governo tecnico con gli odiati europeisti avrebbe solo da perdere. Chi invece comincia a fare dietrofront è Matteo Salvini, che dopo settimane a chiedere elezioni anticipate, questa mattina a La7 scopre improvvisamente che forse è meglio non andare ad elezioni subito. Salvini apre a Draghi, ma solo nel caso in cui approvi le istanze della Lega. Con ogni probabilità, la Lega darà la sua adesione, o magari solo una parte di essa: quella meno sovranista.

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