Questione migranti, a parte i proclami nulla di fatto



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Quale sono i reali effetti del Governo Conte sulla questione migranti dopo il Consiglio Europeo?

La questione migranti è da diversi anni al centro del dibattito politico europeo ed italiano. Essa interessa sia i cosiddetti paesi di primo arrivo (Italia, Germania, Austria, Spagna, Grecia) che i paesi che per una serie di ragioni finiscono con l’essere le mete finali del molti migranti, siano essi rifugiati o meno (ad esempio la Svezia).

Una delle frasi che spesso si sente pronunciare, quando si parla di migranti è che “l’Italia è stata lasciata sola” (ma funziona anche con altri paesi, come la Germania). Ma è davvero così? Il Trattato di Dublino, dell’Unione Europea, stabilisce che il paese che dovrà gestire le richieste d’asilo e d’ingresso è il primo paese su cui un migrante mette piede. Ovviamente, questi paesi sono solitamente i paesi di confine, quindi quelli menzionati prima. È chiaro che questo crea un enorme carico su alcuni paesi, ma non è assolutamente vero che solo questi gestiscono i flussi migratori: in primis perché spesso i migranti si spostano dopo la prima accoglienza (a volte legalmente, a volte no), e poi perché negli scorsi anni si sono introdotti sistemi, ancora poco efficaci, per una ripartizione dei migranti tra i vari stati membri.

In ogni caso, è chiaro a tutti che per operare una vera ripartizione dei migranti bisogna riformare DublinoQuesto è esattamente ciò che il Parlamento Europeo ha iniziato a fare negli scorsi mesi, introducendo un sistema di quote per migranti proporzionali alla popolazione di ogni stato membro. In Consiglio Europeo, però, è necessaria praticamente l’unanimità per introdurre una riforma del genere. Come era prevedibile, la riforma è naufragata: i paesi dei cosiddetto gruppo Visegrad (Polonia, Slovacchia, Rep. Ceca e Ungheria), da sempre contrari alla ripartizione dei migranti e a cui si è da poco allineata l’Austia di Kurz, sono riusciti a bloccare l’introduzione della riforma.

Questa posizione svantaggia in particolar modo l’Italia e la Germania, due tra i paesi su cui pesa il carico maggiore e che da tempo chiedono una riforma della gestione europea del diritto d’asilo e dell’accoglienza ai migranti. In Germania, la cosa ha persino portato al rischio di una crisi di governo, mentre in Italia la lotta all’immigrazione costituisce da tempo il principale punto programmatico della Lega Nord, e di riflesso, un caposaldo del governo Conte sostenuto da Lega e Movimento 5 Stelle.

Proprio in virtù di ciò, nelle scorse settimane il governo italiano ha mosso una serie di mosse mediatiche per alzare lo scontro. Una di queste è stata il respingimento della nave Acquarius, una nave di una ONG con a bordo 266 migranti, poi sbarcata in Spagna. Chiaramente, il respingimento in sé non ha nessun effetto concreto sulla situazione italiana ed europea (anzi rischia di aggravare il tutto, sia perché deteriora i rapporti con gli altri paesi sia perché i respingimenti collettivi sono illegali), avendo avuto solo lo scopo di alzare i toni e mostrare il pugno di ferro per questioni di consenso elettorale interno.

Durante il Consiglio Europeo appena trascorso, il 28 e 29 giugno, il premier italiano Giuseppe Conte ha alzato i toni minacciando di bloccare il Consiglio se non si fosse affrontata la questione migranti. A seguito di alcune discussioni, è stato approvato un accordo. Il problema, però, è che questo accordo non serve praticamente a nulla: fatta salva qualche frasetta simbolica, l’accordo non modifica assolutamente l’attuale gestione del fenomeno migratorio. Ogni decisione effettiva è infatti rinviata ad altre sedi, mentre la creazione di campi profughi europei (hotspots) viene definita “volontaria” e nessun paese finora si è dichiarato disponibile a costruirne di nuovi. Inoltre, il documento si esprime in maniera netta contro l’immigrazione secondaria, ovvero lo spostamento interno all’UE una volta ottenuta la richiesta d’asilo: in sostanza, il paese d’arrivo rischia di diventare anche quello di permanenza.

Dunque, al di là delle dichiarazioni vittoriose di Giuseppe Conte, il governo italiano è stato preso in giro ed umiliato, e il premier lo sa benissimo. Non è un caso che Macron, che Conte ha annunciato di aver convinto, lo abbia invece scaricato un minuto dopo. Ma allora perché continuare con una narrazione vincente?

Il punto è che queste dichiarazioni rispondono più a ragioni di consenso interno che alla necessità di amministrare effettivamente dei fenomeni (in maniera simile a quanto Seehofer fa in Germania). È un discorso analogo a quando Salvini parlò di “vittoria” dopo l’affossamento della riforma di Dublino. Per un governo impostato sulla campagna elettorale permanente, il modo in cui si presenta una cosa vale più di quanto si sia davvero ottenuto, e l’immigrazione è un tema su cui l’elettorato si mobilita facilmente: immaginate cosa ne sarebbe della strategia comunicativa leghista, se si risolvesse un enorme problema legato all’immigrazione, e proprio grazie alla tanto vituperata UE.

Utilizzare un lessico e un modus operandi d’opposizione anche quando si è al governo, in questo senso, è funzionale a mantenere un consenso forte anche quando non si risolve niente, come in questo caso.

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