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Cyberbullismo: qual è il profilo psicologico del cyberbullo? Quali differenze con il bullo? Vediamole insieme

Per conoscere a fondo un fenomeno così controverso come quello del cyberbullismo, è necessario tracciare un profilo del principale responsabile di atteggiamenti quali aggressioni, ingiurie, intimidazioni: il cyberbullo.

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Generalmente, dietro al cyberbullo si nasconde una giovane adolescente – di età compresa tra i 10 e i 16 anni – che ha molta dimestichezza con le piattaforme web e social. Tuttavia, è possibile che a volte sia più grande o più piccolo. Per delineare un identikit completo, però, non si può prescindere dalle differenze che intercorrono fra cyberbullismo e bullismo.

Prima fra tutte: l’anonimato. La possibilità di nascondersi dietro ad un nickname o un profilo falso permette al cyberbullo di restare anonimo. Una condizione che gli permette di lasciar cadere ogni freno inibitorio che – invece – nel contatto con la vittima potrebbe avere. Probabilmente, al di fuori della realtà virtuale, quello stesso soggetto è innocuo e restio a compiere atti “mettendoci la faccia”.

La dispersione nello spazio e nel tempo del fenomeno del bullismo online tende a rendere il cyberbullo inconsapevole della gravità delle proprie azioni. Il mondo virtuale esaspera il peso che possono avere le ingiurie, i commenti e le molestie. Per il cyberbullo, spesso, questo comportamento viene ritenuto “normale”.

Un’altra differenza da prendere in considerazione per delineare il profilo del cyberbullo è la presenza del pubblico. Negli episodi di bullismo i testimoni sono generalmente un gruppo ristretto, i membri di un particolare ambiente sociale. Nel mondo online, invece, la platea del cyberbullo – che necessita di “esibirsi” – si dilata all’infinito. Il pubblico difronte al quale mostrare le sue azioni diventa potenzialmente infinita aumentando, di conseguenze, la sensazione di dominio e potere sulla sua vittima.

Un’analisi psico-criminologica

Da un’analisi della Dr.ssa Monica Chiovini, pubblicata su ISF Magazine, si evince che: “Il cyberbullo, non avendo un contatto diretto con il soggetto, acquista maggiore forza e prepotenza e si considera invincibile, illudendosi di non venire mai scoperto dietro ad uno schermo o ad un falso “nickname”.”

Proseguendo con l’analisi psico-criminologica della Dott.ssa Chiovini, la condotta del cyberbullo – come quella del bullo – può essere definita deviante. “Il cyberbullo – scrive – è privo di senso di colpa; anzi, talvolta emerge in lui una sorta di sadismo nel procurare dolore fisico, emotivo e psicologico ad un coetaneo.

Alle spalle della classica rappresentazione del duro, associata all’immagine del bullo e del cyberbullo, vi sono gravi “lacune psicologiche”. La prepotenza, l’apparente personalità forte generalmente mascherano conflitti della sfera familiare – spesso vissuti nel corso dell’infanzia.

Ma nel fenomeno del bullismo online, i ruoli sono sempre così netti? No. La senatrice Elena Ferrara, prima firmataria della legge n 71 del 2017, la prima legge in Europa contro il cyberbullismo, ha dichiarato: “Nel bullismo informatico il 50% delle vittime è anche bullo. Quello che non abbiamo, se non in modo marginale, nel bullismo tradizionale, si verifica invece in rete. In rete è molto facile trasformarsi in autori di condotte di prevaricazione, di umiliazione, di atti di esclusione”.

Dunque, l’aggressore prima di esserlo è stato una vittima: una condizione che lo ha spinto a sua volta ad identificarsi con il carnefice per acquisire quel potere che avrebbe visto subire su di sé. Si crea, quindi, un circolo vizioso che – se non contrastato con un’adeguata educazione e sensibilizzazione – non ha mai fine.

Fonti: Studiocataldi.it – scienzeforensi.it

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