Quando l’eccentricità di Salvador Dalì abbracciò il genio di Walt Disney: Destino, il cortometraggio che vide la luce dopo 58 anni

C’è da ringraziare, e non poco, Roy Edward Disney, nipote del celebre Walt, se oggi possediamo il frutto di una delle collaborazioni più suggestive che siano mai state partorite. Suo il merito di aver portato alla luce, nel 2003, Destino, il cortometraggio d’animazione ideato e sviluppato da Walt Disney e Salvador Dalì anni addietro, nel lontano 1945, che per diverse motivazioni rimase accantonato e archiviato. A distanza di quasi 60 anni, il film è stato ultimato grazie ad una ricostruzione capillare di innumerevoli dipinti guida, bozze e storyboard, in un lavoro di recupero svolto con caparbia e parsimonia, guidato passo passo da ciò che le due menti eccelse avevano lasciato in eredità.

La proposta

Tutto nacque negli anni in cui il pittore catalano si trovava negli States, a lavorare per Alfred Hitckock: gli era stato incaricato l’allestimento di una scenografia per una singola sequenza del film Io ti salverò, che il regista aveva pre-immaginato in perfetto stile Daliniano. Fu dopo aver visto questa particolare scena che un lungimirante Walt Disney contattò di persona Dalì per proporgli la collaborazione. Ciò che aveva in mente era di unire la classica animazione Disney all’estro onirico del pittore, con un cortometraggio sviluppato sulla falsa riga di fantasia, che pochi anni prima aveva riscosso un successo record. Sarebbe stato quindi un cartone animato senza dialoghi, ma sviluppato su di una musica.

L’iniziativa fu accolta seduta stante. Del resto Dalì non era certo nuovo a sperimentazioni, pittoriche e non: era stato scultore, scrittore, fotografo, cineasta e sceneggiatore. Inoltre, stando alle sue dichiarazioni, man mano che si addentrò nel vivo del nuovo lavoro, si rese conto che quella era la forma d’arte forse più calzante alla sua visione psichedelica e mutante della realtà. Il suo punto di vista onirico e cangiante delle situazioni quotidiane trovava piena espressione nel film animato: una metamorfosi, uno scioglimento, un’illusione allegorica prendendo vita nel cartone risultavano molto più dirette che in stasi su di una tela. In Destino una ragazza veste la sua stessa ombra che magicamente prende vita, la sua testa diviene una palla da baseball scagliata verso l’orizzonte, formiche che camminano si tramutano in uomini in bicicletta: senza animazione difficilmente queste idee avrebbero preso vita. Dalì sembrava aver trovato il mezzo di comunicazione per fare arrivare a pieno ciò che di caotico e geniale affollava la sua mente.

Un ulteriore spunto di ispirazione che lo avrebbe ancor di più entusiasmato fu la tematica su cui sarebbe stata imperniata la vicenda: Walt avanzò una trama che si focalizzasse in chiave romantica su una storia d’amore tra una ballerina e un giocatore di baseball, nel più classico dei cliché. A questo lui si rifece, ma solamente per annettere un suo contesto ancora più profondo e importante dell’amore stesso. Sin da subito Dalì la interpretò come una “magica esposizione della vita nel labirinto del tempo”Un continuo cercarsi e perdersi dei due amanti, l’uno imprescindibile dall’altro, nell’ineluttabilità del tempo e degli ostacoli che porta inevitabilmente con se, con il rassicurante lieto fine suggerito che, nonostante ciò, nonostante la vita, ciò che è destinato ad essere prima o poi sarà. E fu così che anche il titolo venne sancito definitivamente. Una volta appurato il nome Destino, si procedette con la musica: la composizione dell’omonima ballata d’amore fu affidata al messicano Armando Dominguez. Solo successivamente iniziò il lavoro di disegno.

Il progetto travolse Salvador Dalì: per 8 mesi continuati si dedicò ad esso animo e corpo, lavorando quotidianamente, arrivando alla produzione di 22 dipinti veri e propri e 135 tra schizzi e bozzetti, coadiuvato dall’aiuto del disegnatore John Hench. E’ anche grazie ai preziosi suggerimenti di quest’ultimo, successivamente, che la ricostruzione di Roy Disney  avvenne in maniera meno faticosa ma soprattutto del tutto fedele alle idee stravaganti del pittore.

Artisticamente, il progetto non ha nulla da invidiare al vasto patrimonio di dipinti. In Destino è evidentissima l’impronta surrealistica tipicamente Daliniana, fatta di figure Oniriche contorte, allegorie velate e sovrapposizioni che generano nuovi elementi, il tutto immerso nelle caratteristiche lande desolate, con conformazioni rocciose qua e la in lontananza sotto un cielo terso. Inoltre sono numerosissime le riproposizioni dei suoi soggetti prediletti, dall’orologio sciolto e cadente sinonimo della caducità del tempo, al suonatore di violoncello dalle parvenze femminili, passando per le numerose stampelle filiformi a sorreggere strutture visibilmente instabili. Insomma è come se il pittore volesse concentrare nel cortometraggio tutto il suo repertorio artistico, rendendolo quasi un riassunto della sua intera concezione pittorica, un alter Ego di se stesso e del mondo che negli anni aveva creato. L’unica a mantenere i tratti tipici del genere Disney è la fanciulla, sul modello consolidato della principessa.

La vicenda si apre con l’apparizione della statua di Crono, dio greco del tempo, con di fianco un’orologio, che sin da subito delinea il tema principale. L’intera trama poi verterà sostanzialmente sulla dicotomia tra maschio e femmina, su tutte le peripezie che li terranno divisi e sul loro congiungersi nel finale, con una crepa nella statua di crono proprio sul cuore, dal quale si intravederà una campana dalle sembianze femminili. Tutto questo prende vita con innumerevoli richiami impliciti: Crono infatti si erge su di una piramide, simbolo allegorico dell’elemento maschile, sotto il quale vi è posta una fontana che riversa acqua in una conchiglia, doppio topoi di rimando femminile.

Osservando questa piramide si presenta una giovane fanciulla, la prima dei due amanti a rivelarsi, che dolcemente chiude gli occhi e inizia a sognare entrando in un mondo magico. Si ritrova a salire un sentiero spiraliforme, lungo il quale incontra diverse figure antropomorfe simili a manichini, privi di tratti somatici. Questo edificio sul quale a fatica si appresta a salire, rappresenta il cammino della vita, in salita e irto di figure devianti, distrattori, quei manichini che rappresentano gli inganni e i falsi amori. Ad un certo punto del sentiero, la ragazza inciampica dopo essersi impigliata con la veste nell’indice accusatorio che spunta da una strana figura mostruosa fatta solamente di indice e occhio. E’ la metafora della società, sempre pronta a scrutare con malizia e giudicare, puntando il dito. Ora la giovane si ritira in una conchiglia, come una perla che non può e non vuole essere più intaccata dal mondo esterno, ma non è quello il suo destino. Ecco dunque che cade dall’edifico, che una volta allargata l’inquadratura si rivela per quello che è: un busto di donna senza capo che si erge su di un’iconica torre di babele, biblico simbolo per eccellenza delle incomprensioni umane.

La figura maschile, invece, il giocatore di baseball, appare solo a metà episodio, ed è immediatamente estasiato dalla visione di lei, che timidamente si nasconde ad esso in continue e intersecate illusioni ottiche.

In una sfrenata danza, i due si cercano ma senza trovarsi: ora sono vere e proprie mura formatesi dalla depressione del terreno sabbioso sotto i loro piedi a dividerli. Saranno delle rondini, però, inviate dalla ragazza che non si arrende al destino, a guidare il ragazzo verso una breccia nelle mura dove finalmente incontrerà la sua ballerina, il suo amore, il suo destino. Qui l’immagine della sua visione è suggestiva: la ballerina prende vita dall’accostarsi di due volti allungati e innaturali, che a veder meglio sono proprio quelli di Walt Disney e Salvador Dalì.

Forse in fin dei conti un esperto di animazione come Walt Disney si rese conto da subito che il progetto che aveva voluto mettere in piedi si dispiegava in maniera diversa e molto più sofisticata da quelli al quale lui, ma soprattutto il suo pubblico erano abituati. Non sarebbe mai potuto diventare una continuazione del modello di Fantasìa. Non con Dalì. Ma certo non per inferiorità, anzi. Era un progetto troppo complesso da interpretare per gli spettatori Disney e che avrebbe potuto inficiarlo. Preso dalla passione che lo muoveva il pittore Catalano aveva dimenticato di considerare a chi fosse rivolto quel cortometraggio, o forse, più probabilmente, non gli interessava più di tanto. Come detto prima, non era un lavoro, ma il suo modo di essere, di percepire il mondo. E questo non poteva essere cambiato. Fortunatamente 58 anni dopo un altro Disney ha ben deciso di ultimare questo omaggio a Salvador Dalì e all’umanità, magari non a tutta, ma a quella parte che sa apprezzarlo. D’altronde non si può piacere a tutti, ma questo, come ci è appena stato insegnato, non può che essere un bene: ciò che è destinato a te, troverà il modo di raggiungerti, dovessero volerci anche 58 anni.